Relazioni

1 - Scenario macroeconomico

1.1 L’economia mondiale

Nel 2015 l’andamento dell’economia mondiale ha proseguito il percorso di crescita modesta già evidenziato di recente. Da un lato, il driver principale degli ultimi anni, la crescita dei paesi emergenti, ha ulteriormente sofferto il rallentamento della congiuntura cinese, la riduzione dei prezzi petroliferi registrata a partire dal 2014 (il prezzo al barile del Brent è sceso da oltre 100 a circa 30 dollari) e l’inversione di tendenza della politica monetaria americana (prevalentemente in termini di aspettative degli operatori: il rialzo dei tassi ufficiali della Federal Reserve è arrivato solo a dicembre 2015). Dall’altro lato, quello che sembrava emergere come il nuovo fattore trainante, ovvero l’economia in ripresa degli Stati Uniti, a fine 2015 ha registrato un significativo peggioramento che ha frenato lo slancio positivo di Regno Unito, Giappone e, in misura decisamente minore, Zona Euro. In particolare, nell’ultimo trimestre dell’anno, l’indice mondiale complessivo dei responsabili degli acquisti relativo al prodotto è sceso da 53,6 a 52,9 punti in linea con alcune delle macro-dinamiche ricordate in precedenza (decelerazione delle economie emergenti, in particolare India, Russia e Brasile, a fronte di un leggero recupero in Cina, e miglioramento delle economie avanzate, soprattutto Regno Unito e Giappone). Tale valore si colloca su un livello inferiore alla media storica di lungo periodo ed è riconducibile sia al settore manifatturiero che a quello dei servizi. Il commercio mondiale ha mantenuto un trend positivo, grazie ad un’accelerazione dell’interscambio nel secondo semestre dell’anno, nonostante il ritmo piuttosto lento. L’inflazione è rimasta bassa, per via del contributo negativo dei beni energetici. Nell’area OCSE, l’indice dei prezzi al consumo si è attestato allo 0,7 per cento su base annua (1,8 per cento se si considera il dato cosiddetto “core”, al netto di alimentari ed energetici).

Negli Stati Uniti la crescita annualizzata del PIL in termini reali ha evidenziato un rallentamento nel terzo e quarto trimestre del 2015 (rispettivamente +2,0 per cento e +0,7 per cento da +3,9 per cento del secondo trimestre), dopo essere cresciuto del 3,2 per cento nel 2014 e del 3,1 per cento nel 2013. Gli ultimi dati sull’attività economica hanno segnalato un calo rilevante della produzione industriale negli ultimi mesi del 2015 e anche alcuni indicatori congiunturali hanno anticipato prospettive incerte per primi mesi del 2016.

In chiusura d’anno, l’inflazione al consumo annua è scesa di 0,1 punti percentuali rispetto al 2014, attestandosi allo 0,7 per cento. Il tasso ha rispecchiato soprattutto il ribasso dei corsi dei beni energetici, mentre la dinamica dei prezzi dei prodotti alimentari e delle altre componenti “core” è rimasta più stabile.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, la creazione di impieghi è rimasta robusta a dicembre, quasi 300 mila unità nei settori non agricoli. Il tasso di disoccupazione si è abbassato ulteriormente arrivando al 5,0 per cento (ormai è tornato al livello pre-crisi), con un tasso di sottoccupazione sceso dal 5,6 al 4,9 per cento.

 

1.2 La zona Euro

Nella Zona Euro il prodotto interno lordo ha segnato nel secondo e terzo trimestre del 2015 un rialzo rispetto al primo, collocandosi all’1,6 per cento dall’1,3 per cento (era stato dello 0,9 per cento nel 2014). I consumi privati sono rimasti la determinante principale della ripresa, grazie all’aumento di reddito disponibile dovuto al calo dei prezzi petroliferi e alla (modesta) ripresa occupazionale. La produzione industriale si è intensificata. Dalla crescita media annua mensile di 0,8 per cento nel 2014 si è passati all’1,6 per cento del 2015. L’indice composito dei responsabili degli acquisti nel corso dell’anno si è strutturalmente confermato al di sopra della soglia compatibile con l’espansione dell’attività economica (50 punti). L’inflazione dell’area, misurata come tasso di variazione annuo dell’indice dei prezzi al consumo, si è collocata allo 0,2 per cento in chiusura d’anno, in leggera ripresa, come confermato dal dato in crescita di gennaio 2016.

 

1.3 L’Italia

In Italia, la prolungata caduta su base annua del PIL, in atto da dicembre del 2011, si è arrestata nel primo trimestre del 2015. L’ultimo dato riferibile al terzo trimestre del 2015 è stato leggermente inferiore alle attese, ma ancora in crescita (0,8 per cento da 0,6 per cento del secondo trimestre). Nello stesso anno sono emersi segnali coerenti di una moderata intensificazione dell’attività economica, con un aumento dell’1,0 per cento in media della produzione industriale. Nonostante il miglioramento del clima di fiducia delle imprese e dei consumatori (entrambi strutturalmente al di sopra della soglia di espansione di 100 punti nel corso del 2015), sulla ripresa continua a gravare la fragilità del mercato del lavoro. La disoccupazione, che frena l’espansione del reddito disponibile, ha iniziato a decrescere a dicembre del 2014, dopo aver toccato il massimo del 13,1 per cento, pur rimanendo su un livello elevato in prospettiva storica: l’11,3 per cento a novembre 2015.

L’inflazione, misurata dalla variazione annua dell’indice nazionale dei prezzi al consumo, è gradualmente scesa allo 0,1 per cento in dicembre per effetto della decelerazione dei prezzi dei prodotti energetici, mentre quelli associati alle componenti meno volatili (“core”) sono risultati comunque contenuti (0,6 per cento).

 

1.4 Il territorio di riferimento

I commenti sull’economia provinciale e regionale, presentati dalla Camera di Commercio di Pisa e da IRPET, hanno segnalato le note difficoltà regionali e provinciali dell’artigianato, del settore manifatturiero, e del settore primario. Il quadro di riferimento è “pesante” per le imprese che hanno fatto riferimento alla domanda interna (commercio, edilizia, ecc.), mentre altre iniziative come start up innovative e alta tecnologia presentano dinamiche di successo. Si conferma la situazione a “macchia di leopardo” del tessuto produttivo locale, ma l’impatto sull’occupazione non produce effetti globalmente positivi. L’individuazione di casi di successo necessita di interventi di screening sempre più selettivi, per settore di attività e per iniziativa produttiva.

Entrando nello specifico del tessuto produttivo provinciale, nell’ambito delle informazioni fornite dalla Camera di Commercio di Pisa si rileva che il trend del grado di utilizzo degli impianti è tornato sui livelli medi storici, mentre i livelli occupazioni e produttivi restano ancora su valori modesti. Si può desumere che le imprese sane o che hanno ristrutturato sono tornate a livelli quasi fisiologici di utilizzo degli impianti, mentre le altre imprese sono in maggiore difficoltà. Produzione e occupazione hanno margini di recupero prevalentemente ancorati a nuovi investimenti ed al nascere di nuove imprese. In breve, se ne ricava la sensazione di un mutamento in corso dell’apparato produttivo preesistente che, a regime, porterà ad un assetto del sistema economico provinciale difforme da quello che caratterizzava il periodo pre-crisi.

Relativamente alle prospettive in corso IRPET segnala che la crescita dovrebbe manifestarsi con una variazione del PIL prossima all’1%, con un contributo positivo sia della domanda interna in ripresa che della domanda estera. Benché venga sottolineato come le previsioni debbano essere prese con cautela specialmente quando ci si trova al momento dell’inversione del ciclo, viene evidenziata: la ripresa dei consumi individuali delle famiglie; alcuni segnali positivi attesi sul mercato del lavoro; la rivitalizzazione della domanda di beni di investimento. Peraltro, in un’ottica di medio periodo, la preoccupazione è concentrata sulla lentezza della ripresa che, dopo anni di forti difficoltà, non è in grado di far recuperare adeguati livelli produttivi.

Considerazioni specifiche devono essere riservate al mercato immobiliare, nel cui contesto si evidenzia una ripresa nel numero delle transazioni, specialmente per edilizia residenziale, sostenute dal processo di erogazione di mutui ipotecari. Per quanto noto, il processo di ripresa delle compravendite non si è ancora trasmesso al livello dei prezzi delle contrattazioni (l’offerta di vendita prevale sempre sui livelli di domanda) e sulla riduzione apprezzabile del parco della proprietà immobiliare invenduta. Siamo di fronte a fenomeni che tendenzialmente portano a modificare il mercato immobiliare nella configurazione che si era stratificata progressivamente negli ultimi decenni, facendo privilegiare gli interventi di edilizia residenziale – prevalentemente a favore di famiglie - sull’acquisto/ristrutturazione della prima casa. Incertezze maggiori gravano ancora ancora sull’edilizia industriale-artigianale.

 

1.5 La politica monetaria della BCE

Il Consiglio direttivo della BCE ha ridotto i tassi ufficiali a dicembre del 2015, portandoli complessivamente al -0,30 (Depositi), allo 0,05 (operazioni di rifinanziamento principali) e allo 0,30 per cento (operazioni di rifinanziamento marginale) e ha confermato il piano di acquisti di titoli (Quantitative Easing) da 60 miliardi di euro al mese. Le aspettative degli operatori si sono consolidate su un possibile ulteriore allentamento monetario tra la fine del primo e il secondo trimestre del 2015, che potrebbe sostanziarsi in un altro taglio dei tassi o in un ampliamento del QE. Come conseguenza, i tassi euribor sono stati spinti su livelli negativi nel corso del 2015 (quello a tre mesi, che a fine del 2014 era allo 0,78 per cento, si è attestato su un valore puntuale di -0,13 per cento a fine 2015). Negli USA, la Federal Reserve ha modificato i tassi di interesse, rialzandoli per la prima volta da giugno 2006 di 25 punti base.

L’industria bancaria europea si sta gradualmente riprendendo dalla crisi e le istituzioni creditizie hanno cominciato ad intraprendere delle azioni volte al rafforzamento dei propri bilanci, nonostante stiano operando in uno scenario, congiunturale e finanziario, caratterizzato da diversi fattori d’incertezza.

Dal lato degli impieghi, è proseguita la contrazione dei prestiti alle società non finanziare, una riduzione che ha interessato quasi tutti i paesi dell’Eurozona. A livello europeo, gli impieghi a società non finanziarie, dopo essere scesi dell’1,4 per cento nel 2014, sono diminuiti dello 0,6 per cento nel I trimestre del 2015 e di un ulteriore 0,2 percento nel trimestre successivo (sempre su base annuale), per poi risalire marginalmente dello 0,1 per cento nel III trimestre, assestandosi a 4.307,8 miliardi di euro nell’ultima rilevazione disponibile (novembre 2015).

Dopo la modesta riduzione sperimentata nel 2014 (-0,3 per cento), nel corso del 2015 gli impieghi destinati alle famiglie hanno evidenziato un’inversione di tendenza. Dopo la stazionarietà registrata nel primo trimestre, infatti, la crescita (su base annua) di tale componente è stata pari all’1,2 per cento nel II trimestre e all’1,6 per cento nei successivi tre mesi, grazie alla ripresa delle componenti legate al credito al consumo ed ai mutui per l’acquisto di abitazioni, che nello stesso periodo sono cresciute rispettivamente del 2,6 e dell’1,8 per cento.

Per quanto riguarda la raccolta, dopo aver registrato una sostanziale riduzione nel 2011, i depositi delle istituzioni bancarie europee sono tornati a crescere ed hanno confermato il trend positivo del 2014. I depositi di società non finanziarie sono cresciuti su base annua del 4,3 per cento nel II trimestre e del 5,1 per cento nel III trimestre del 2015; parallelamente, i depositi delle famiglie sono saliti del 3 per cento sia nel II che nel III trimestre del 2015.

Per quanto riguarda i principali tassi d’interesse, si segnala una generale diminuzione, nonostante i recenti segnali di stabilizzazione. A novembre 2015, l’indicatore composito del costo del finanziamento alle società non finanziarie è sceso al 2,12 per cento (a dicembre 2014 l’indice era pari al 2,44 per cento). Lo stesso indicatore, riferito al costo del finanziamento alle famiglie per l’acquisto di abitazioni, è diminuito nell’ultima rilevazione al 2,27 per cento (dal 2,48 per cento di fine 2014).

 

1.6 L’andamento dell’industria bancaria

I dati di fine 2015 delle banche italiane mostrano un rallentamento nella dinamica di crescita delle sofferenze. Questo dato è particolarmente confortante, considerato che le recenti turbolenze dei mercati finanziari sono collegate anche al livello dei crediti dubbi.

Sul fronte del credito, dalle informazioni preliminari di fine anno pubblicate dalla Banca d’Italia si rileva una sostanziale stabilità dello stock di impieghi complessivi delle Istituzioni finanziarie e monetarie (-0,2 per cento) ai residenti durante il 2015. Tale risultato è frutto di una crescita dello stock di impieghi alle famiglie (+5,0 per cento) e di una contrazione degli impieghi alle società non finanziarie (-1,8 per cento) e alle famiglie produttrici (-1,0 per cento). Per quel che riguarda le sofferenze lorde, nel mese di dicembre si sono registrati miglioramenti nella dinamica delle varie componenti. Lo stock rimane superiore ai 200 miliardi, ma il trend di crescita è in sensibile rallentamento.

La raccolta bancaria non cresce, in ragione della perdurante contrazione delle obbligazioni bancarie. Gli unici aggregati in espansione sono quelli dei depositi in conto corrente e dei pronti contro termine. Le altre maggiori forme di raccolta mostrano variazioni nulle o negative.

A dicembre 2015 tutti i tassi principali hanno segnato un livello inferiore rispetto a fine 2014.

Con riferimento, infine, all’adeguatezza patrimoniale, alla fine di settembre il capitale di migliore qualità (common equity tier 1, CET1) e il totale dei fondi propri (total capital) delle banche erano in media pari, rispettivamente, al 12,3 e al 15,1 per cento delle attività ponderate per il rischio, in lieve aumento rispetto alla fine di giugno.

 

1.7 L’impatto dell’Unione Bancaria Europea

L’Unione Bancaria è oggi una realtà. Ed ha inaugurato, davvero, una nuova era per tutte le banche europee.

Il suo progetto è stato scritto per completare l’Unione Economica e Monetaria e, dopo i fatti del 2007-2008, realizzato con particolare urgenza per esprimere la capacità dell’eurozona di dare risposta alla crisi globale, concorrendo ad assicurare qualità crescente del governo societario e comuni e più elevati requisiti prudenziali in materia di capitale e di liquidità, nonché per prevenire e gestire le situazioni di crisi con il contributo degli intermediari e senza oneri per i contribuenti.

Il primo pilastro dell’Unione Bancaria, il meccanismo di vigilanza unico (CRD IV e CRR), è stato avviato dal novembre 2014.

Dal 1° gennaio 2016 le Autorità nazionali di vigilanza si sono conformate alle linee guida dell’EBA sulle procedure e le metodologie per il processo di supervisione e valutazione prudenziale, il cosiddetto SREP, con l’obiettivo di attenuare le distorsioni ascrivibili ad approcci di supervisione eterogenei e di favorire la messa a fattor comune delle migliori prassi di vigilanza.

Sempre dal 1° gennaio 2016 è divenuto pienamente operativo anche il secondo pilastro dell’Unione, il meccanismo di risoluzione unico delle crisi bancarie, figlio della BRRD (Banks Recovery and Resolution Directive), direttiva che determina una rivoluzione copernicana, riassumibile in un concetto: dal bail-out al bail-in.

La direttiva 2014/49/UE, relativa al sistema di garanzia dei depositi (c.d. DGS), è stata recepita in via definitiva il 10 febbraio scorso dal Consiglio dei Ministri.