Relazioni

2 - Scenario macroeconomico

2 - SCENARIO MACROECONOMICO


2.1 – NEL MONDO

Il 2014, che nelle previsioni di molti era indicato come l’anno di avvio della ripresa, si è invece rivelato a livello globale un anno difficile.
Se è vero che negli Stati Uniti si è assistito a una progressiva, decisa accelerazione della dinamica economica, l’area dell’euro e il Giappone sono rimasti sostanzialmente fermi, la Cina ha evidenziato il persistere di un rallentamento, la Russia ed altri Paesi produttori hanno inevitabilmente subito il calo, da ultimo assai brusco, dei prezzi petroliferi. Nel frattempo sono aumentati i rischi legati a una situazione geopolitica sempre più compromessa in numerose aree del globo, con conflitti latenti anche alle porte dell’Europa.
Abbozzato il quadro generale, offriamo qualche notizia in più riguardo alle principali aree economiche.
Gli Stati Uniti hanno saputo mettere a segno una decisa ripresa, con la crescita che nel terzo trimestre dell’anno è andata oltre le previsioni (PIL +5% in ragione d’anno), beneficiando del sostenuto aumento dei consumi. Immediati i riscontri sul fronte occupazionale, che ha goduto di un deciso incremento della forza lavoro. Le coraggiose politiche monetarie poste in essere negli anni scorsi dalla Federal Reserve hanno infine sortito gli effetti sperati, come pure la raggiunta indipendenza energetica. Ben diversa la situazione in Giappone. Il Paese del sol levante ha visto nuovamente profilarsi all’orizzonte non poche criticità: il calo del prodotto interno è proseguito anche nel terzo trimestre (-1,9%). La ragione principale sta nel calo degli investimenti, a fronte di una modesta dinamica dei consumi. Conseguenti le decisioni della Banca del Giappone, che sul finire d’anno ha di nuovo rafforzato il programma di espansione monetaria.
La Cina ha visto un rallentamento della crescita economica, assestatasi alla fine del terzo trimestre attorno al 7,3%. Sono cifre per l’economia europea inarrivabili, ma per un gigante economico come la Cina è forse la velocità minima al di sotto della quale vi è lo stallo. Decisamente contenuta l’inflazione, attorno all’1,5%.
Negli altri Paesi ricompresi sotto la sigla BRIC, gli andamenti sono stati molto differenziati. Mentre l’India ha continuato su una strada di crescita (+5,3% il dato riferito al terzo trimestre) e il Brasile ha vissuto un periodo di sostanziale stagnazione (+0,2%), in Russia la situazione economico finanziaria è andata progressivamente deteriorandosi. Non sono mancate le ragioni: dalle sanzioni europee collegate alla crisi in Ucraina, alla brusca caduta dei prezzi del petrolio, alla conseguente pesante svalutazione del rublo.

2.2 – NELL’AREA EURO

Dal punto di vista economico-finanziario la distanza fra le due sponde dell’Atlantico è ancora cresciuta. Mentre infatti gli Stati Uniti hanno dimostrato un rinnovato dinamismo, l’area dell’euro ha camminato sul filo della recessione. Nel terzo trimestre del 2014 il PIL è salito solo dello 0,2%, frutto di comportamenti differenziati fra i vari Paesi, tutti però accomunati da scarsa dinamicità. Si va dal +0,3% della Francia, al +0,1% della Germania, fino al -0,4% dell’Italia. È la conferma di una debolezza strutturale, a cui non si è per ora riusciti a porre rimedio. Anche la disoccupazione si è attestata su livelli preoccupanti.
Tutto ciò, nonostante i ripetuti significativi interventi della BCE, che ha portato i tassi sui minimi storici e ha attuato importanti operazioni per immettere liquidità nel sistema. Nel frattempo, in Grecia ci si è di nuovo avvicinati al punto di rottura.
Timori per la paventata uscita della Grecia dall’area dell’euro a parte, nel 2014 la moneta comune si è significativamente svalutata: del 9,74% verso il renminbi cinese, del 6,57% sulla sterlina britannica, del 2,05% contro il franco svizzero, addirittura dell’11,96% rispetto al dollaro statunitense. Per il terzo anno consecutivo si è registrato un apprezzamento (+0,35%) sullo yen giapponese, ma esso, oltre a risultare impercettibile rispetto alle due variazioni antecedenti, è da ricondursi a una precisa volontà politica nipponica.
Il cambio euro/dollaro, chiuso il 2013 a 1,3791 e sceso a 1,35 il febbraio successivo, è poi risalito fino al massimo di 1,3953 toccato l’8 maggio; di lì una lunga graduale flessione, a terminare l’esercizio esattamente al valore minimo di 1,2141.
Al divario nei ritmi di sviluppo delle economie americana ed europea si è accompagnato quello nei relativi orientamenti monetari, sia nella concreta manovra dei saggi ufficiali, che la sola BCE ha ridotto, sia soprattutto nelle congetture, atteso che la Riserva Federale, azzerato il programma di espansione quantitativa, potrebbe tra qualche tempo incominciare a rialzare il tasso sui Fed Fund.

2.3 – IN ITALIA

In Italia negli ultimi trimestri i consumi hanno ripreso a crescere in misura contenuta, in linea con l’andamento
del reddito disponibile, sostenuto dalle misure adottate dal Governo. Il loro contributo alla crescita dell’economia è stato controbilanciato dalla flessione degli investimenti, frenati dagli ampi margini di capacità inutilizzata, dall’elevata incertezza sulle prospettive della domanda e dalle difficoltà dell’edilizia.
La performance annua, inevitabilmente negativa per il terzo esercizio consecutivo, è tuttavia apparsa in miglioramento: dopo il -2,3% del 2012 ed il -1,7% del 2013, il 2014 ha segnato un -0,4%. Mentre sono apparsi in calo spesa pubblica (-0,95%) ed investimenti (-3,2%), i consumi delle famiglie hanno segnato un modesto incremento (+0,3%). Sono però cresciute anche le importazioni (+1,6%), che per la contabilità nazionale rappresentano un elemento di erosione del PIL; d’altro canto, grazie al più intenso passo dell’export (+2,4%), ilcontributo dell’interscambio internazionale si è complessivamente mantenuto favorevole.
Il minor prezzo dei prodotti energetici ha assecondato il consolidamento dell’avanzo verso i Paesi extra UE (muovendo da un 2012 sostanzialmente in pareggio) da 20 a 28 miliardi. Sommandovi l’incremento, da 10 a 15 miliardi, registrato pure dal surplus verso i partner dell’Unione, ne discende un saldo generale attestatosi a quasi 43 miliardi in chiusura 2014, superiore ai 30 miliardi del 2013.
Sul fronte occupazionale, nei mesi estivi del 2014 il numero di occupati è aumentato, seppur lievemente; dopo tre trimestri di sostanziale stagnazione, il monte ore lavorate è tornato a crescere sia nell’industria in senso stretto sia nei servizi privati. Ciò nonostante, il tasso di disoccupazione è salito, spinto dall’incremento del tasso di attività. La ripresa dell’occupazione rimane tuttavia fragile, come segnalato dai dati preliminari di ottobre e di novembre: le aspettative delle imprese circa l’evoluzione della domanda di lavoro nei primi mesi del 2015 continuano a essere negative.
Il saggio armonizzato d’inflazione, dallo 0,7% di fine 2013 è scivolato in negativo ad agosto (-0,2%) per terminare, dopo un rimbalzo a ottobre e novembre, all’identico livello di settembre (-0,1%). L’evoluzione annua è risultata lievemente meno marcata di quella media dell’eurozona, passata da +0,8% a -0,2%.